NEUROPSICOMOTRICITA' INTERCULTURALE: UNO STUDIO SUL BAMBINO PROVENIENTE DAL MONDO ARABO E SULLA SUA FAMIGLIA

Giada Zanetti - TNPEE, laureata in Lingue e culture del Mediterraneo e del Medio Oriente, Treviso

Nel corso della storia dell’uomo, da sempre i popoli si muovono e si mescolano nel mondo: queste migrazioni portano inevitabilmente a cambiamenti che coinvolgono ogni livello della società, che quindi diventa sempre più multietnica e multiculturale. In ambito medico è a partire dagli anni Sessanta che ci si interessa di antropologia. Per quanto riguarda il nostro campo di intervento, negli ultimi anni sono sempre di più gli articoli, gli studi e i progetti che si interrogano su come la cultura possa influire sulla terapia neuropsicomotoria.

La neuropsicomotricità interculturale non si propone come una disciplina a parte, ma nasce dalla necessità di una maggiore conoscenza e consapevolezza del ruolo della cultura all’interno del contesto terapeutico di tipo neuropsicomotorio. Infatti, nonostante sia evidente l’impossibilità di conoscere ogni cultura, è tuttavia importante che ciascun terapista vada a indagare le differenze che esistono tra la propria e quella del bambino che lui o lei ha in carico.

Per restringere il campo d’interesse, ci siamo proposti di approfondire alcuni aspetti della cultura arabo-musulmana. Oltre che per motivi di formazione personale dell’autrice, si è scelto di approfondire questo tema perché consapevoli della presenza nelle stanze di neuropsicomotricità di molti bambini provenienti dal Mondo Arabo, che risulta poco conosciuto, e per questo occasione di pregiudizi.

Quando parliamo di Mondo Arabo e della sua cultura, consideriamo Paesi molto diversi l’uno dall’altro: esistono infatti Stati molto ricchi grazie alla presenza di grandi giacimenti petroliferi, e Paesi estremamente poveri, come la Mauritania, il Sudan e lo Yemen. Tuttavia la maggioranza degli Stati Arabi si colloca a un livello economico intermedio, è questo il caso di tutti i Paesi del Nord Africa, ma anche del Libano e della Giordania: quasi la totalità dei migranti di origine araba che attualmente vivono in Italia proviene proprio da questi Paesi. Secondo i dati ISTAT aggiornati al 1° gennaio 2017, su cinque milioni di persone residenti in Italia con cittadinanza straniera, circa 700.000 di queste provengono da un Paese Arabo. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di persone provenienti dal Maghreb e dall’Egitto, in particolare la cittadinanza più rappresentata è quella marocchina.

L’intento della ricerca è stato innanzitutto quello di comprendere l’ampiezza e le caratteristiche del fenomeno, già studiato nella regione Veneto, ossia quanti fossero i bambini di origine araba che accedono alle stanze di neuropsicomotricità e quali le difficoltà e le differenze riscontrate dai TNPEE nel relazionarsi con questi bambini e con le loro famiglie. Si è pertanto scelto di analizzare il problema su due fronti: da un lato approfondendo le concezioni d’infanzia e di disabilità nella cultura araba, e dall’altro intervistando i TNPEE riguardo alle problematiche riscontrate. La parte di rilevazione qualitativa relativa alla casistica è rimasta limitata a due casi, in questa fase dello studio. Pertanto i dati a essa riferiti si sono utilizzati a sostegno di quelli emersi attraverso il questionario distribuito agli operatori. Risultano auspicabili la continuazione e l’estensione a una popolazione più ampia.

 

CORPO E INFANZIA NEL MONDO ARABO

La concezione dell’infanzia e del corpo cambiano in base alla cultura, e tutto ciò influenza il modo di agire del bambino, condizionandone lo sviluppo.

L’antropologia ha messo bene in evidenza come il corpo non sia soltanto un’entità biologica e materiale, ma sia anche il prodotto di processi sociali, storici e culturali. Non si tratta solo di comprendere come le persone e le culture pensano i propri corpi, ma anche e soprattutto come li abitano. Saper leggere il movimento e la relazione di ogni corpo con l’ambiente in cui vive ci permette di comprendere la storia individuale e collettiva di cui esso è veicolo.

Di seguito vengono presentati alcuni esempi che riguardano la consanguineità, i concetti di corpo, di linguaggio verbale, di infanzia e di accudimento.

Sul tema della consanguineità nel Mondo Arabo sono stati fatti diversi studi, che rilevano tassi che vanno dal 20% all’80%. Generalmente i matrimoni avvengono tra cugini per via paterna. Risulta difficile indicare quanto questo fenomeno possa influire sul numero di persone disabili presenti in questi Paesi, ma inevitabilmente la consanguineità aumenta la probabilità del verificarsi di malattie di tipo genetico, soprattutto se recessive.

Nel Mondo Arabo il corpo femminile, e in misura minore anche quello maschile, viene spesso coperto, nascosto: così il corpo, inteso anche come immagine di sé, perde d’importanza. Ne consegue che, in questi Paesi, adulti e bambini non hanno molta cura del corpo in quanto tale, anche perché tradizionalmente la religione musulmana lo considera corruttibile, un tabù. Non solo il corpo di per sé, ma soprattutto il modo in cui lo si vive e lo si abita è portatore di informazioni culturali. Come afferma Rizzolati (Cristaldi, 2016) i neuroni specchio si attivano solo quando c’è una corrispondenza tra ciò che stiamo osservando e ciò che sappiamo fare, di conseguenza non si attivano quando vediamo un’azione a cui non sappiamo attribuire un significato. Ovviamente lo stesso vale per il linguaggio verbale e non verbale: per esempio quando una persona compie un gesto, questo stesso gesto può non avere alcun significato per il partner, o può avere un significato diverso. Un semplice esempio è il gesto che in alcuni Paesi latini può essere interpretato come «Cosa vuoi?» o «Ma cosa stai dicendo?», in più Paesi Arabi lo stesso gesto assume il valore di «Aspetta!».

Anche il linguaggio verbale codificato è parte dell’identità culturale: esso è infatti lo strumento che ha a disposizione un popolo per costruire la propria rappresentazione del mondo. Molti studi sottolineano come sia auspicabile che ogni bambino abbia la possibilità di continuare a parlare la sua lingua madre, poiché essa porta con sé tutta una serie di valori emotivi e affettivi insostituibili. Inoltre il bilinguismo favorisce la costruzione di un buon legame con i genitori e uno sviluppo precoce delle funzioni esecutive (Rivera et al., 2008). Nonostante ciò, quando il bambino presenta delle serie difficoltà in entrambe le lingue può risultare difficile promuovere il bilinguismo, che però mantiene, alla luce di quanto esposto, una maggiore significatività.

È a partire dal Ventesimo secolo, con l’affermazione dell’antropologia come disciplina accademica, che si comincia a interessarsi dell’infanzia da un punto di vista trans-culturale. L’antropologia dell’educazione, attraverso osservazioni comparate sulla crescita dei bambini, afferma che non esiste una «via normale» rispetto allo sviluppo. Lo studio dell’ambiente in cui il bambino cresce è necessario per l’approfondimento a livello scientifico della maturazione del soggetto.

Se la prima acquisizione linguistica avviene tra i 18 e i 36 mesi, la capacità comunicativa tipica di una cultura avviene ancora prima di questo momento (LeVine e New, 2009), da qui l’importanza dello studio dell’ambiente culturale di crescita per la comprensione del bambino, anche in termini di concezione dell’infanzia e di accudimento.

Secondo la concezione araba tradizionale, l’infanzia è un’epoca priva di specificità proprie, poiché rappresenta un periodo d’attesa dell’età adulta. Esistono vari riti legati alla nascita del neonato e norme che ne regolano l’accudimento. Per esempio nel Corano si fa riferimento al fatto che è buona norma allattare i bambini fino ai due anni d’età, allo stesso tempo in vari Paesi Arabi si consiglia di svezzare molto presto) i bambini: le madri quindi iniziano a svezzare il bambino continuando a dargli per molto tempo anche latte materno.

Non di rado i bambini provenienti da queste zone dormono nella stessa stanza dei genitori. Si segnala inoltre come le madri arabe si dedichino completamente al proprio bambino, rispondendo a ogni sua richiesta, cercando di evitarne la frustrazione e mostrandosi particolarmente presenti e disponibili anche nel contatto corporeo. A tal proposito uno studio condotto in Germania evidenzia come solo il 6% delle madri immigrate marocchine scelga di lasciar piangere il proprio figlio contro il 45% delle madri tedesche (Abdulrazzaq, Al Kendi e Nagelkerke, 2009).

Seppur sia difficile da quantificare, tutto questo influisce inevitabilmente sullo sviluppo della relazione mamma-bambino. Per quanto riguarda le pratiche di accudimento, si segnala come le madri immigrate riescano, se positivamente supportate, a trovare un equilibrio tra il seguire e trasmettere i valori del Paese d’origine e l’aprirsi nei confronti di nuovi valori e di nuovi stili di vita. Come scrive Ranchetti (2015), riprendendo le teorie di La Framboise, Coleman e Gerton, l’esito dell’adattamento alla cultura ospitante dovrebbe consistere nell’alternanza, ossia nella capacità dell’individuo di fare riferimento a entrambe le culture, utilizzandole alternativamente in base alle situazioni, senza che ciò comprometta l’identità dell’individuo, ma permettendo che questo «meticciamento» sia fonte di arricchimento per il soggetto stesso, in primo luogo per l’adulto genitore immigrato e di conseguenza per il bambino.

Ecco che allora sarà compito dell’équipe e del terapista cercare di affiancare le famiglie in questa esperienza di costruzione di nuovi sensi e di nuovi sistemi simbolici, impegnandosi non tanto a comprendere, ma piuttosto a valorizzare l’alternanza delle culture, come aspetto caratteristico dell’esperienza migratoria. L’operatore deve rendersi consapevole e supportare il lavoro di negoziazione tra significati culturali diversi che un individuo migrante fa continuamente e faticosamente per poter costruire il proprio esistere e vivere in un Paese ospitante. In particolare è opportuno sostenere le madri rispetto alle difficoltà che esse incontrano frequentemente, faticando a uscire dall’isolamento cui la migrazione le ha portate: queste donne, seppur legate alle loro pratiche tradizionali, si sentono allo stesso tempo in dovere di rispettare le indicazioni del personale sanitario e le usanze del Paese in cui ora si trovano, cercando così di mediare tra due diversi stili di accudimento, che talvolta rischiano di essere in conflitto tra loro. Per uscire da questa impasse, le madri dovranno essere supportate nella creazione di uno spazio terzo di generazione di senso, un luogo del pensiero e dell’azione dove l’incontro tra pratiche educative e culturali diverse genera modelli funzionali e funzionanti per la famiglia e per la società ospitante.

 

LA DISABILITÀ NEL MONDO ARABO

Diventa interessante analizzare il concetto di disabilità, da un lato secondo la tradizione popolare araba, dall’altro secondo la visione del Corano; successivamente si sposterà l’attenzione sulle condizioni di vita del bambino disabile nel Mondo Arabo.

Nella tradizione popolare, la disabilità è dovuta alla presenza di un jinn, che occupa la mente della persona disabile. Con la parola jinn, che letteralmente significa genio, si indica un essere capace di impossessarsi della mente di una persona, causandone la disabilità psichica; secondo le pratiche tradizionali esistono gli sheikh, letteralmente marabutti, ossia persone capaci di allontanare il jinn dalla mente del disabile.

Tobie Nathan, uno dei maestri dell’etnopsichiatria, sostiene che le teorie culturali, come quella del jinn, non hanno tanto la pretesa di rilevare la causa di una malattia, ma piuttosto hanno lo scopo di definire come procedere nella cura (Nathan, 1996). Pertanto, conoscere la teoria della cultura del paziente aiuta il terapista a comprendere il senso del comportamento patologico secondo quella determinata cultura, aumentando così l’efficacia terapeutica.

Nel Corano la disabilità è citata raramente ma, al contrario di quanto avviene nella tradizione popolare, essa è considerata un segno divino. Anche per questa ragione è dovere della famiglia prendersi cura del disabile.

Nel Mondo Arabo, i bambini con disabilità spesso restano in casa per diversi motivi:

  • maggior numero di persone che possono prendersi cura del minore, perché esiste un modello familiare di tipo allargato;
  • ragioni economiche;
  • maggiore tolleranza rispetto ai comportamenti dei bambini: è anche per questo motivo che talvolta si riscontra una maggiore difficoltà nel riconoscere e accettare la disabilità del figlio, soprattutto se la disabilità è di tipo psichico;
  • minore conoscenza della disabilità: uno studio di Belahcen et al. (2014) evidenzia come spesso i genitori vengano a conoscenza dell’esistenza di una determinata patologia solo al momento della diagnosi, anche per quel che riguarda patologie comuni, come la Sindrome di Down;
  • pochi programmi di prevenzione, non ben distribuiti in tutti i Paesi, e nemmeno all’interno di un singolo Paese;
  • spesso i bambini con disabilità vengono esclusi dall’accesso scolastico, anche se in alcuni stati, come in Marocco, si stanno facendo delle riforme in favore di una maggiore integrazione.

In questi Paesi sono però presenti diverse associazioni private a sostegno dei bambini disabili, generalmente si tratta di realtà fondate e promosse proprio dai genitori stessi. È dunque possibile affermare che esiste un divario tra i servizi riabilitativi forniti da questi Stati e le esigenze dei genitori, che sono alla ricerca di una migliore assistenza per i loro figli. Infine, alcune famiglie scelgono di emigrare per garantire ai loro bambini un servizio riabilitativo migliore.

 

DATI E RILEVAZIONI DALLE STANZE DI NEUROPSICOMOTRICITÀ

Per comprendere l’ampiezza del fenomeno studiato, ovvero quanti minori arabi siano seguiti dai TNPEE e le difficoltà che i terapisti riscontrano nel relazionarsi con questi bambini e con le loro famiglie, abbiamo cercato di conoscere l’opinione dei professionisti. Pertanto si è scelto di inviare dei questionari online ai TNPEE del Veneto.

Su 57 questionari inviati, hanno risposto 33 terapisti (58% degli intervistati). Le risposte sono rimaste anonime. Con una sola eccezione, tutti i terapisti hanno dichiarato di aver seguito in passato uno o più bambini provenienti dal Mondo Arabo. In base ai dati raccolti, la media di bambini di cultura arabo-musulmana che attualmente ha in carico ogni terapista è di 1,6 bambini, e nella maggior parte dei casi essi provengono dal Marocco. Come esplicitato, la parte relativa ai due casi considerati ha messo in evidenza elementi/contenuti che sono stati inseriti nelle considerazioni emerse dai questionari degli operatori. Di seguito le prime evidenze sul materiale raccolto.

Difficoltà nella relazione con il bambino

Il 55% degli intervistati dichiara la presenza di difficoltà maggiori o diverse nel relazionarsi con il bambino arabo, rispetto al bambino non arabo. Le criticità riscontrate dai TNPEE riguardano in modo particolare la presenza di un quadro patologico mediamente più complesso. Questo fatto è in linea con quanto detto prima, rispetto al diverso concetto di disabilità. È possibile ipotizzare che mediamente i genitori di bambini arabi sentano la necessità di far seguire i loro figli in terapia neuropsicomotoria soprattutto in presenza di patologie gravi, e non di fronte a problematiche lievi.

Accanto a ciò le nostre osservazioni relative ai due casi seguiti ci dicono come l’influenza della cultura, nella relazione con il bambino in terapia, sia tanto maggiore quanto è minore la disabilità. In particolare il soggetto con Disturbo della condotta e Ritardo mentale lieve ha più volte proposto in seduta giochi simbolici e di ruolo con forte contenuto culturale; in questo caso sarebbe importante la valorizzazione di questi elementi per permettere l’elaborazione identitaria e la creazione di un’immagine positiva di sé.

È opportuno considerare, però, che anche i contenuti culturali dei giochi simbolici sono soggetti a una costante ibridazione grazie ai percorsi educativi all’interno della scuola, ad esempio. In sostanza è importante avere ben presente che l’identità del soggetto non è da vedere come un contenitore fisso e confinato, in particolar modo quando si lavora con bambini che crescono in un luogo terzo, di intersezione tra la cultura educativa famigliare e quella scolastica. Se non valutassimo costantemente questo fattore, rischieremmo di ricadere continuamente in facili stereotipi etichettati culturalmente. Altri TNPEE sottolineano come le difficoltà nell’uso della lingua italiana possano influire negativamente sulla buona riuscita della terapia; in effetti, possiamo dire che una lingua non sia esattamente traducibile in un’altra, vi è sempre uno scarto di comprensione del fatto se lo si racconta in due lingue differenti.

Infine alcuni terapisti segnalano la presenza di difficoltà relative al diverso tipo di educazione che ricevono i maschi dalle femmine, o al diverso ruolo che i bambini arabi riconoscono alla figura maschile o femminile. In questo senso sarebbe auspicabile un approfondimento sulla valenza sociale dell’identità di genere in culture altre, sempre con un approccio che sospenda ogni giudizio.

Difficoltà nella relazione con la famiglia

Per quanto riguarda la relazione con i genitori, l’85% dei terapisti dichiara la presenza di difficoltà diverse o maggiori. Ben 24 TNPEE dichiarano come una scarsa o nulla conoscenza della lingua italiana da parte dei genitori influisca negativamente nella costruzione di una buona alleanza terapeutica. Molti terapisti sottolineano delle difficoltà a causa del diverso stile educativo: anche questo dato è perfettamente in linea con quanto esposto precedentemente riguardo alla differente concezione dell’infanzia che esiste nelle due culture.

I TNPEE evidenziano inoltre come particolari difficoltà logistiche possano influire negativamente sulla buona riuscita della terapia: problemi negli spostamenti, lunghe assenze durante il periodo estivo e dimenticanza degli appuntamenti. Infine alcuni terapisti riscontrano una limitata conoscenza della patologia del figlio e una scarsa comprensione della terapia neuropsicomotoria.

Inoltre alla luce degli elementi raccolti attraverso un’intervista semi-strutturata ai genitori dei due bambini seguiti come casi emblematici di riferimento, il primo di 7 anni con Disturbo ipercinetico della condotta e Ritardo mentale lieve, e l’altro di 6 anni con Tetraparesi discinetica e Ritardo mentale grave, a conferma di quanto già esposto, i genitori non conoscevano l’esistenza della patologia del figlio fino al momento della diagnosi; allo stesso tempo essi si sono mostrati fiduciosi nei confronti del personale medico-sanitario italiano.

 

RIFLESSIONI E PROPOSTE

Come premessa alle riflessioni relative all’intervento terapeutico con bambini di cultura arabo/musulmana, è importante pensare al fatto che anche il terapista è portatore di una determinata cultura, che condiziona il suo agire anche all’interno della terapia. La stessa psicomotricità nasce infatti in un preciso contesto socio-culturale.

Una diversa cultura implica necessariamente un altro modo di vivere il corpo e la relazione, pertanto anche l’approccio neuropsicomotorio non può essere considerato universalmente applicabile senza un’approfondita e costante problematizzazione degli approcci.

Il concetto di universalità psichica ideato da Georges Devereux e ripreso da Marie Rose Moro sottolinea come «Tutte le culture hanno uguale dignità, perché quello che noi definiamo credenze non sono altro che le rappresentazioni che altri hanno della realtà e hanno lo stesso valore delle nostre rappresentazioni scientifiche» (Moro, 2004). Se si considera che ogni cultura ha il medesimo statuto, è facile comprendere come il terapista debba apprendere a decentrarsi per poter accogliere la cultura dell’altro, ossia debba imparare a spostare il proprio centro da dentro a fuori di sé, per avvicinarsi all’altro. In tal senso sarebbe auspicabile che il percorso formativo del TNPEE prevedesse degli approfondimenti in ottica interculturale, per aumentare la capacità di decentramento, sperimentando ciò che differenzia, nel proprio ambito di intervento, la propria cultura di appartenenza dalle altre.

Attraverso un percorso di questo tipo ci si renderebbe quantomeno consapevoli che spesso si danno letture dei comportamenti dei bambini secondo proprie categorie culturali, non universalmente applicabili. Si tratta quindi di comprendere il senso del concetto di etnocentrismo culturale per poterlo arginare.

Da quanto esposto è importante che il terapista consideri gli aspetti culturali in ogni fase della presa in carico del bambino. A partire dalla raccolta dei dati anamnestici, occorre filtrare le informazioni ricevute attraverso la cultura di appartenenza del bambino, considerando, come già riportato, per esempio che nel Mondo Arabo l’allattamento dura normalmente fino ai due anni di età o che i bambini dormono regolarmente con i genitori. Anche in fase di osservazione e valutazione, nell’analisi delle modalità corporee di quel particolare soggetto, emergeranno delle padronanze che si sono evolute in modo differenziato rispetto all’età, se paragonate a quelle comuni in altre culture. Il terapista dovrà essere consapevole di ciò anche nella sua azione inserendo nel progetto terapeutico le sue considerazioni proprio a partire dagli elementi di differenza.

Anche il setting può essere modificato, ad esempio con l’utilizzo di oggetti comuni alla cultura di appartenenza del bambino (strumenti musicali, stoffe, oggetti della vita quotidiana ecc.). Possono essere proposte delle attività di stimolazione sensoriale che prevedano l’uso di oli o profumi che abbiano un valore culturale e quindi affettivo.

L’operatore deve anche essere consapevole di come il suo modo di essere possa differenziarsi dai modelli genitoriali e culturali. Molto banalmente una terapista che veste abiti attillati si discosta dall’immagine di madre del bambino, che porta il velo e abiti ampi. Come è stato ribadito più volte, questo non significa che l’operatore debba adeguarsi alla cultura araba, ma che deve essere il più possibile consapevole dei messaggi culturali che invia al bambino e alla sua famiglia.

Come è emerso dai questionari è molto importante curare il rapporto con i genitori, mostrandosi disponibili ad ascoltare le loro difficoltà e a spiegare il senso della terapia. Solo così sarà possibile creare una buona alleanza terapeutica, indispensabile per la riuscita della stessa presa in carico. Non di rado è auspicabile la collaborazione con un mediatore culturale, anche nel caso in cui i genitori dei bambini sappiano parlare l’italiano: infatti alcuni vissuti possono essere espressi dal migrante solo nella sua lingua madre. È necessario inoltre rendersi consapevoli che una traduzione, in un colloquio con la famiglia, non sempre è abbastanza. Forse è necessario, più che in ogni altro caso, attivare il linguaggio non verbale per costruire una primaria alleanza da far crescere nel tempo.

Il tema della lingua condivisa per comunicare fra terapista-bambino-genitore rimane al centro del processo di cura. La neuropsicomotricità si rivela un approccio privilegiato in tal senso proprio per la pregnanza della comunicazione non verbale nella sua metodologia, unita all’importanza degli elementi corporei comunicativi primitivi, come il dialogo tonico, che non prevedono l’utilizzo semantico, ma permettono la costruzione dello scambio emotivo intersoggettivo.

Concludendo, è auspicabile che la presente ricerca possa essere approfondita e ampliata, soprattutto andando ad aumentare quantitativamente la casistica clinica, così da promuovere un’attitudine sempre più interculturale della terapia neuropsicomotoria.

 

BIBLIOGRAFIA

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