GIOCO, NON-GIOCO UNA RIFLESSIONE SUL GIOCO SIMBOLICO IN TERAPIA NEUROPSICOMOTORIA

 

di Elisabetta Magnifico, TNPEE - Centro RTP, Milano

L’articolo propone una breve riflessione sul gioco simbolico. Partendo dall’esposizione di un caso e prendendo spunto da diversi autori che hanno cercato di definire i confini del territorio ludico, si andrà a porre l’attenzione sulla differenza tra ciò che è gioco e ciò che, pur mantenendo una connotazione simbolica, non si può definire tale. Lo scopo è quello di incominciare a fare chiarezza sul significato della parola «gioco» e capire cosa stia mettendo in atto il bambino nel momento in cui è impegnato in qualcosa che gioco non è. Ciò è essenziale per poter mettere il terapista nelle condizioni di rispondere in modo più adeguato e congruente ai bisogni espressi dal bambino, nei diversi momenti e/o fasi della terapia

DESCRIZIONE DI UN CASO

Raffaele (4 anni) mi è stato inviato da un neuropsichiatra infantile per una valutazione. L’attività prevalente del bambino, durante le quattro sedute di valutazione (nelle quali è stato utilizzato come strumento l’osservazione del comportamento spontaneo), è un gioco con animali di plastica. In un cesto in cui sono raccolte riproduzioni di quasi tutte le specie animali, Raffaele sceglie coccodrilli e dinosauri di vari formati e dimensioni. Inizialmente li guarda, li nomina, me li mostra, poi incomincia un’attività che dura quasi tutto il tempo della seduta. Con una mano muove un coccodrillo e con l’altra un dinosauro. Tutti i coccodrilli e dinosauri a disposizione vengono utilizzati a turno. Il gioco consiste in una lotta senza fine, nella quale i due contendenti si sbranano a vicenda o si colpiscono con zampate o colpi di coda. Gli animali vengono lanciati e ripresi, divorati e rigettati in un susseguirsi di scontri accompagnati da un linguaggio costituito soprattutto da versi, rumori e frasi brevi pronunciate dagli animali. Un’attività ripetitiva, senza trama, senza modificazioni e senza evoluzione che lo assorbe completamente e dalla quale è difficile distoglierlo. Si isola dal contesto e dalla relazione. È impossibile cercare di inserirsi nel gioco o introdurre variabili. Qualsiasi tentativo viene rifiutato. Solo l’attività con gli animali è per lui gioco: tutto il resto non lo è, « è finto» e «non si può fare». Mi tiene lontano, ma vuole essere guardato. Questo è l’unico aggancio che inizialmente ho con questo bambino.

Come si può definire l’attività di Raffaele? È gioco? È gioco simbolico?

Nel gioco simbolico, a partire circa dai 3 anni (e in modo più semplice anche prima), possiamo distinguere tra bambino attore e bambino burattinaio (la distinzione nasce da una ricerca, realizzata all’interno del nostro Centro, sullo sviluppo del gioco nei primi 3 anni di vita). Nel primo caso, è il bambino stesso che assume altri ruoli: diviene mamma, papà, dottore, poliziotto, Zorro, Batman e via di seguito. I personaggi vengono presi in prestito dal mondo umano, animale o fantastico. Nel bambino burattinaio, invece, l’interesse del bambino è rivolto verso omini, pupazzi o animali. In questo secondo caso il bambino assegna loro un’identità, lasciandosi guidare dagli elementi qualitativi ed estetici che li caratterizzano. Li muove, li sposta, li fa parlare, fa compiere loro delle azioni. Gli animali feroci, per i bambini di questa fascia d’età, esercitano una grande attrattiva: fanno paura, generano un certo livello di tensione, permettono di giocare temi quali l’attacco, la fuga, la lotta, la morte, la difesa dei più deboli, il coraggio, mantenendosi a una giusta distanza. L’attività di Raffaele appartiene a questa seconda tipologia. È sicuramente simbolica: vengono infatti utilizzati simboli, vengono giocati i temi di cui ho parlato sopra. Ma Raffaele è ingabbiato in schemi ripetitivi, carichi di un’ansia e di una paura tali da impedire al gioco di liberarsi, trasformarsi, purificarsiCi sono alcune condizioni che delimitano la cornice entro la quale si può parlare di gioco. Ne hanno parlato diversi autori. Ambrosini, parlando del gioco in terapia psicomotoria, le ha riassunte in vari punti. Tra questi, alcuni sono particolarmente significativi nel caso in questione:

[...] vi è gioco solo quando vi è la consapevolezza di essere giocatore, consapevolezza di stare dentro un ruolo,di aver indossato un costume che alla fine verrà abbandonato (il gioco consuma, disperde energie, brucia risorse e per questo deve essere circoscritto in una durata e in un luogo); [...] vi è gioco quando il divertimento e il piacere accompagnano le condotte esercitate; [...] il gioco tende a essere ordinato e a creare ordine nelle sequenze dei gesti, degli atti motori, dell’entrata in scena dei personaggi e degli oggetti. L’ordine non è immobilità, bensì la spontanea capacità presente nel bambino di stendere trame con un filo conduttore proprio, limpido e trasparente. (Ambrosini e Wille, 2005, p. 217).

Un’attività può perdere il suo carattere di gioco sia per un’eccessiva vicinanza al reale sia per un’eccessiva lontananza. [...] un gioco si può guastare quando il carattere del come se non viene mantenuto o quando la prossimità al reale è eccessiva. (Bateson, 1996, p. 143).

Raffaele, diventando burattinaio, mette una distanza tra sé e i contenuti del gioco (cosa che risulterebbe più difficile se assumesse lui stesso il ruolo di un animale che uccide e divora le sue prede). Ma nonostante ciò, il suo stato d’animo, il suo malessere, gli impedisce di entrare in un territorio ludico. Rimane congelato, nei gesti confusivi che si ripetono sempre uguali, nell’espressione immobile del viso, nello sguardo chiuso al mondo percettivo che lo circonda. Non c’è trama, non c’è piacere, non c’è un tempo, non c’è uno spazio (il gioco di Raffaele si svolge nello stesso modo a casa e alla scuola dell’infanzia). In questo caso il gioco simbolico non assolve più alla funzione di permettere al bambino di elaborare gli eventi psichici e affettivi che sta vivendo. Raffaele non elabora, è invischiato in un’attività che non gli fornisce risposte e soluzioni e non gli consente di andare avanti da solo: non evolve. Necessita di un ambiente terapeutico e della presenza di un altro (il terapista) che lo aiuti a trovare una via d’uscita e che, in un certo senso, gli permetta di far ri-emergere il gioco,sia esso simbolico, motorio, d’interazione o altro. Molti dei bambini in terapia psicomotoria manifestano condotte simili.

Sono tutti quei casi in cui le dinamiche psicoaffettive stanno al centro dell’intervento psicomotorio o, in una determinata fase della terapia, sono prevalenti al di là del disturbo funzionale e del motivo dell’invio. Sono bambini il cui stato di malessere è tale da impedire loro non solo di lasciarsi andare a una dimensione ludica, ma anche di poter lavorare su quelle funzioni specifiche che possono avere provocato la condizione di disagio o avere contribuito a determinarla. La comparsa del gioco, come nel caso sopra citato, diviene così punto d’arrivo e  contemporaneamente punto di partenza per l’avvio della fase terapeutica seguente. Quando l’attività simbolica si trasforma in gioco simbolico, siamo di fronte a una condizione di salute del bambino. La sua comunicazione non verbale si arricchisce di colore, vivacità ed espressività. Si osserva un’apertura al cambiamento, si allarga il campo delle rappresentazioni che si arricchiscono e trasformano. L’ambiente stesso si modifica: compaiono scenari, gli oggetti e le loro caratteristiche attirano finalmente l’attenzione del bambino, emerge la cura per il dettaglio, il gioco «crea ordine ed è ordine. Realizza, in un mondo imperfetto e in una vita disordinata, una perfezione temporanea, limitata [...] tende a essere bello» (Huizinga, 1946, p. 820).

Questo è ciò che accade quando l’intervento psicomotorio trasforma l’attività simbolica/non-gioco in un gioco simbolico vero e proprio. È un passaggio terapeutico molto importante e per tanti bambini diviene il mezzo per impegnarsi successivamente anche su un piano funzionale. A volte e il più delle volte, i confini non sono così netti. Il gioco, il non-gioco, il lavoro, l’apprendimento, l’esercizio si intersecano vicendevolmente e il bambino oscilla continuamente da uno stato all’altro. La chiarezza del terapista, che riconosce i differenti stati e li comunica al bambino attraverso la modificazione della propria tonicità ed espressività verbale e non verbale, attraverso le proposte e l’intervento sull’ambiente, è ciò che permette di rispondere in modo adeguato e congruente al bisogno da lui espresso in quell’istante: bisogno di gioco, bisogno di conoscenza, bisogno di acquisire nuove abilità, bisogno di capire, bisogno di trovare risposte

SUMMARY

This article briefly considers symbolic play. A case study is presented along with various pieces from authors who have attempted defining the territorial limits of play. Attention is given to what is play and what cannot be defined as such, even if there is a symbolic connotation. The objective is to better define the meaning of the word play and to understand what the child is trying to do when it cannot be called play. The distinction is considered essential for enabling the therapist to reply adeguately and to meet the child’s needs expressed in diverse moments or phases of therapy

 

BIBLIOGRAFIA

Ambrosini C. e Wille A.M. (2005), Manuale di terapia psicomotoria dell’età evolutiva, Napoli, Cuzzolin.

Bateson G. (1996), Questo è un gioco, Milano, Raffaello Cortina.

Bruner J.S., Jolly A. e Sylva K. (1981), Il gioco , Vol. IV:

Il gioco in un mondo di simboli, Roma, Armando.

Callois R. (1995), I giochi e gli uomini. La maschera e la vertigine, Milano, Bompiani.

Huizinga J. (1946), Homo Ludens, Torino, Enaudi