IL RUOLO TERAPEUTICO AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

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In queste settimane di emergenza Covid-19 che colpiscono l'intero territorio Nazionale, ciascuna professione sanitaria vede il proprio ruolo terapeutico caricarsi di domande, attese, sospensioni. 

Per la nostra professione riportiamo, a seguire, una riflessione che la nostra collega Dott.ssa TNPEE Maria Cristina Arcelloni, Membro del Comitato Scientifico ANUPI TNPEE, ha voluto condividere con tutti noi. 

Buona lettura


IL RUOLO TERAPEUTICO AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

L’interruzione del lavoro per noi Terapisti della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva ha creato delle sospensioni che non riguardano unicamente i vuoti che il lavoro lascia. Parlo di quei vuoti e spazi che ci si trova a gestire, scoprire, amare e odiare, che creano la libertà dal tempo dei doveri; mi riferisco anche all’ansia del perdere pezzi della nostra identità, quella componente che è legato al nostro lavoro, all’agire quotidiano, nella quale ci si riconosce.
La sospensione del lavoro ha fatto escogitare a seconda del tipo di professione, delle forme per poterlo continuare, a partire dallo smart- working fino alla psicoterapia telefonica o via skype.
Per noi TNPEE è stata forte questa interruzione e difficile poter proporre un lavoro a distanza tenendo conto del nostro setting e del ruolo che “l’azione agita” ha nella reciprocità della relazione terapeutica. E ancora di più come sostituire il movimento e l’ambiente che per noi è induttore di azioni e di occasioni scelte ad hoc per provocare condotte, attivare movimenti, combinare percezioni, integrare funzioni; vedere insieme che cosa succede a quello stesso ambiente, dopo che tutto ciò è accaduto? Come uscire da codici comunicativi in buona parte non verbali, quelli che ci vedono assumere posture a 4 zampe, coricati a pancia in giù per infilarsi sotto ponti o ancora in equilibrio su assi sospese nell’intento di un combattimento di spade con Capitan Uncino?
E lo stare chiusi in casette anguste, stretti stretti, oppure urlare lanciando palle contro i cattivi o creare giochi sempre più complessi per smuovere le abilità, anche quelle più fini.
Mi manca l’abitudine di usare il mio corpo per ascoltare meglio cosa mi racconta del bimbo: è un ascolto speciale, che provoca continui cambiamenti interni. A volte mi paralizza i muscoli, irrigidendomi, oppure mi fa trovare un tale stato di rilascio da poter accogliere fino in fondo le emozioni che albergano nei bambini, o ancora mi fa vibrare silentemente di risate per quello che solo loro sanno dire e fare in certi momenti.
A me, terapista, sembra di essere una concertista che ha dovuto mettere sottochiave il suo violino, che per noi è il corpo, che siamo abituati a lasciar vibrare delle emozioni dell’altro, a filtrarle e restituirgliele purificate a volte , mentre in altre occasione ci permette semplicemente di trovare il modo solo di farle parlare, per vederle bene in faccia e non averne più paura.

D’altra parte la domanda profonda che ci si fa è quella di come “tenere” la terapia attiva, la richiesta del bisogno accolta e viva in un momento che è evidente, non sono le vacanze estive. Perchè ci sono separazioni e separazioni….. Prima delle vacanze c’è gioia dell’estate oppure l’aspettativa dei regali di Natale. Prima delle vacanze la separazione è raccontata, messa in gioco a volte anche solo simbolizzata con un oggetto che il bambino si può tenere fino al ritorno. Prima delle vacanze si sa quando inizieranno e quando finiranno.
La separazione attuale non è vacanza ma una sospensione/variazione di programma non previsto -e già questo è un evento strano in un mondo del pianificato e programmato minuto per minuto-, è piena di incognite che hanno sorpreso i bambini ma ancor di più gli adulti.

Cosa penserà di noi e della nostra sparizione ogni bambino che abbiamo in terapia?
Come possiamo trasmettergli che ci siamo, comunque e che teniamo vivo dentro di noi quel luogo speciale, dove ognuno di loro si sente unico, fuori dal tempo e dallo spazio, quel luogo simbolico in cui sta in compagnia di un adulto un po’ strano a volte, che gli permette di incontrare se stesso in un modo inedito?

Per allontanarsi dal setting fisico bisogna liberarsi dalla percezione dei sensi e spostarci sui significati, quelli che corrono nella permanente linea rossa che definisce i percorsi terapeutici.
Che significato abbiamo noi terapisti per i bambini che ci frequentano?
Quella persona che lo accoglie in quella stanza simbolica e che tiene insieme qualcosa di importante di lui; quel qualcosa che ci fa attribuire un senso di persona diverso dagli altri, che fa pensare che noi si vive lì dentro, che a volte ha fatto chiedere a qualcuno :“ ma voi avete mariti?”, che ci hanno visto attribuire le più disparate età.
Quelle persone da cui ci sentiamo guardati con curiosità e che ti fanno sentire interessante, da cui ci si lascia guidare ma al quale si può anche urlare “sei brutta!!!!” con rabbia e non sentirsi cattivi; che ti guardano senza giudizio quando inciampi, quando ti senti un disastro, quando si infila un paio d’occhiali da sole per non inibirti del suo sguardo, che riesce a condividere azioni senza senso adattivo in una buona occasione di condivisione.

La cosa che sento pregnante come segnale da mandare è il messaggio che come dei bravi custodi di un posto speciale, stiamo conservando quel luogo per loro e lo teniamo sospeso , sterile e pulito senza virus e che sarà pronto a riaccoglierli appena possibile.
Poi c’è la memoria, è importante che si sappia che li ricordiamo tutti i nostri bambini, per la loro specificità, per i momenti salienti, ed è importante che loro si ricordino di noi e di quello spazio perchè il terapista e la sua stanza dicono anche che questi bambini hanno parti fragili da riconoscere, proteggere, accettare e accudire.
Dicono che i loro genitori hanno scelto te per prenderle in consegna, perchè sanno che le sai trattare bene quelle parti, perchè sono delicate: perchè credono nel nostro supporto e collaborazione nei farli diventare grandi.
Per tutti questi motivi sono sicura che troveremo un modo per conservare un legame, quello con noi e con il tempo prima del virus, che ritornerà.


Maria Cristina Arcelloni

Centro RTP, Milano
Comitato Scientifico ANUPI TNPEE